Paolo Fadda: “RIFLESSIONI SU UNA CAGLIARI VUOTA E DESERTA”.

Paolo Fadda: “RIFLESSIONI SU UNA CAGLIARI VUOTA E DESERTA”.

Per come mi appare Cagliari, in questi giorni di coronavirus, potendola osservare solo dalle finestre di casa o per quel che vedo nei miei duecento metri giornalieri di camminata per raggiungere l’edicola, mi verrebbe voglia di scriverne qualcosa.

Perché una città vuota e deserta, rimasta nuda, verrebbe da dire, perché rimasta priva degli abitanti che le danno indumenti e complementi di vita, è un qualcosa di irreale, di straordinario che meriterebbe un suo ritratto. Che sia anche, aggiungo, di parole, di sensazioni e di emozioni.

Lo penso, perché Cagliari – che è poi la mia patria e dove ho tutti i miei penati – è sempre l’oggetto privilegiato delle mie elaborazioni socio-letterarie. Ne ho scritto parecchio, perché ho sempre pensato che ai grandi amori vadano dedicate molte parole affettuose in quelle pagine in cui è il cuore a prevalere sulla ragione.

Così di Cagliari ho narrato anche una sua storia – fatta più di analisi e di riflessioni che di elenchi di date ed eventi.

da Karel a Cagliari di Paolo Fadda

Pubblicata da Carlo Delfino in una pregevole forma editoriale (il titolo: Da Karel a Cagliari), è divenuta per me (e per i tanti amici lettori che mi hanno espresso, con scritti e parole, il loro gradimento) un’opera amata, forse la più amata.

In essa, preciso, ho raccontato le storie, complesse e variegate, di questa città mutevole, sempre pronta e disponibile, nel succedersi dei tempi, a cambiar più volte pelle, quasi fosse un serpente, ma che mai – dico mai – apparve così come oggi la vedo, nei suoi spazi e nelle sue strade, vuota e priva d’ogni segno di vita.

Una sorta di città in vitro, ferma e immobile.

Ed è proprio di questa città deserta e “in sonno” che intendo scrivere ora qualcosa.

Una riflessione che serva magari da ricordo – a futura memoria, come si dice – di questi nostri giorni in cui i suoi abitanti furono fatti prigionieri da un virus demoniaco, giunto – si diceva – da terre d’infedeli e così costretti a rifugiarsi, spaventati, fra le quattro mura delle loro case.

Più osservo questo deserto più mi trovo a riflettere su cosa rappresentino gli abitanti per una città, tanto da concludere come siano proprio gli abitanti a creare una città, a darle bellezza o bruttezza, fama o disdoro; e non certo viceversa, come taluno sostiene. Ed una città senza abitanti non è altro che un nonsense, rimasta priva cioè della sua stessa identità.

D’altra parte la Cagliari che osservo dalle finestre di casa affacciate sulla “promenade sur mer”, su quella che la toponomastica chiama via Roma, ove non si vede passare neppure un cane, mi appare come una città sconosciuta, aliena, rimasta anestetizzata da una pozione infernale, in attesa comunque d’essere riportata in vita, rivitalizzata nelle sue identità, nei suoi asset urbanistici, nei suoi valori architettonici, da un nuovo e più efficace brand.

Perché ormai tutti continuano a ripetere ossessivamente, come un mantra, che nulla sarà poi come prima, ed a me viene da pensare che, al risveglio dallo shock da coronavirus, Cagliari dovrebbe ritrovarsi migliore della precedente. Più unita, più forte, più giusta e vivibile.

Non a caso, per riandare indietro di secoli nella storia cittadina, rievocando le terribili pandemie della peste e del colera, ricordate dalla voce popolare come dei meritati castighi per troppi peccati ed infedeltà, il dopo fu sempre differente, per ravvedimento dagli errori precedenti e – soprattutto – per desiderio di migliorare e far più vivibile e giusta la città.

Né diversamente accadde alla fine della seconda guerra mondiale (quella in cui Cagliari pagò un prezzo altissimo di sangue e di distruzioni), allorquando si aprì un ampio confronto su come rivitalizzare e riaprire la città ferita ed abbandonata. Furono messe in campo allora decine e decine di proposte, alcune anche strampalate, non ultima quella di ricostruirla tutta ex novo, al di là del colle di San Michele. Così, se mi è permesso un paragone, la Cagliari del dopoguerra divenne certamente migliore – pur fra diverse incongruenze e non pochi errori – realizzandosi più città nel senso europeo del termine, assai meno provinciale di quella del prima.

Ecco perché ho ricordato quel mio libro che racconta due millenni abbondanti di storia cagliaritana, in cui un ampio capitolo è dedicato proprio all’epopea della ricostruzione postbellica che fu, come scrissi, una questione di cuore più che di braccia, perché, in quel dopo, “il cuore dei cagliaritani diverrà la testata d’angolo su cui innalzare e rilanciare la città risorta”.

Ecco, se posso fare un augurio, vorrei tanto che il dopo di questa terribile pandemia, i cagliaritani riprendessero ad ascoltare i segnali di quel cuore, ne comprendessero lo spirito in modo da riconquistare la loro città. Perché il rivitalizzare una città è innanzitutto una questione di cuore, di amore e di fedeltà.

Vorrei tanto che, totus impari, si riuscisse a rivitalizzarla con lo spirito giusto, ridandole tutti quei valori necessari per riaffidare a Cagliari il brand d’essere una grande e bella città, da amare e rispettare nelle sue bellezze, nel suo glamour e nelle sue capacità di traino.

Capitale amata e città esemplare per tutta un’isola.

Paolo Fadda

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